Gheddasconi Spa, ovvero do ut des

La cosa più simpatica di questo nuovo viaggio di Muʿammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī , supremo leader libico, in Italia, resterà senza dubbio la telefonata del colonnello Francesco Ferace all’ambasciata libica, per informarsi di come debbano essere nutriti i trenta fantastici quadrupedi che la “Guida della Rivoluzione” ha portato con sé. Al Corriere della Sera ha spiegato che “mica tutti i cavalli mangiano uguale, la dieta cambia con le latitudini, in Germania per esempio gli animali vogliono il fieno bagnato, in Libia non so…”. E ci ha pure ragione. Il grande amico libico è un appassionato di equitazione e ci tiene che, in occasione del festeggiamento del secondo anniversario del Trattato Italia-Libia, detto “dell’Amicizia” (chissà perché non “dell’Amore”…) sfilino i suoi gioiellini. Peccato, però, che non ci saranno esercizi o figure in comune, avverte il colonnello Ferace “poiché manca ancora il necessario affiatamento tra i nostri cavalieri e i loro. In futuro chissà…”. Già, chissà. Ormai i viaggi di Mu’ammar Gheddafi in Italia sono sempre più frequenti e sono sempre destinati a diventare un caso. È stato così l’anno scorso, quando (giusto perché si annoiava, mica per altro) riservò una delle sue preziosissime serate per tenere interessantissime lezioni di religione islamica a decine di ragazze, rigorosamente taglia 42 (pare che quel simpatico quadretto sia destinato a ripetersi: speriamo che alle fortunate allieve almeno quest’anno sia una fettina di pizza). E sarà così anche quest’anno. Solo che il dittatore libico (ops, non si può dire?) ha scelto di far parlare di sé non solo per il folklore e le contestazioni, ma per la rinnovata veste di “Zio d’America”. Al diavolo le proteste e i ragionevoli dubbi sull’utilità di perseguire questo tipo di rapporto politico: l’Italia è stata la prima nazione a sdoganare la Libia (che non per niente è stata derubricata da “rougth state” a “state of concern”, ovvero da “stato canaglia” a “stato preoccupante”) e ora ne raccogliamo i frutti. Nell’agenda del suo soggiorno romano, infatti, sono già stati inseriti numerosi incontri con i big della finanza italiana: domani, alla cena con il grande amico Cav Silvio, ci saranno Alessandro Profumo di Unicredit, Paolo Scaroni di Eni, Pier Francesco Guarguaglini di Finmeccanica, Piero Gnudi di Enel, più altri e vari imprenditori. La Libia si va imponendo come potenza economica non indifferente per gli equilibri politici mondiali e il nostro Premier, che il fiuto dell’imprenditore non lo ha ancora perso, vuole trarne profitti e vantaggi. Ettore Livini, su La Repubblica, ci ha spiegato come la premiata ditta “Gheddasconi spa” abbia un modo di agire tutto suo. Di affari diretti tra Berlusconi e Gheddaffi, infatti non c’è traccia, se si esclude una compartecipazione di Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar. Il grosso del business si fa per altre strade: nel pubblico. Il Colonnello ha messo sul piatto un po’ del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni) e il Cav gli ha prontamente spalancato le porte dell’Italia Spa. L’uno ha ottenuto il tanto agognato sdoganamento della Libia sui mercati internazionali e l’altro ne può ora pilotare gli investimenti nel Belpaese, secondo la celebre strategia del “do ut des”. Se infatti la prima banca italiana, la Unicredit, si frega le mani pensando ai ricchissimi fondi sovrani di Tripoli, Gheddafi si bea pensando a come sia riuscito a diventarne in due anni il primo azionista con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi): se poi ci sommiamo il 7,5% che controlla nella Juventus, il libico è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. E (ingordo!) punta a quote di compartecipazione in Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. E poi? Dopo aver dato l’ok all’ingresso di Tripoli con l’1% nell’Eni, è stato “barattato” l’allungamento di 25 anni delle concessioni del cane a sei zampe in Libia in cambio di 28 miliardi di investimenti. E poi? L’asse con il Colonnello (sempre stando a Repubblica) regalerebbe al Premier un’altra opportunità d’oro: quella di distribuire le varie commesse a Tripoli garantite dallo storico accordo: Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori.

E poi? La lista sarebbe lunga, troppo lunga. In fondo, forse, il colonnello Ferace è stato troppo pessimista: a me pare che l’affiatamento ci sia. E che affiatamento.

[Ripubblicato sul sito di Pierferdinando Casini]

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