Category Archives: Cose che (non) vanno

Cosa ci insegna la vicenda DSK

L’impressione è che nei prossimi anni, in America come in Europa, e forse in Italia più che altrove, ci sarà un gran bisogno di istituzioni democratiche solide e di rigide norme a tutela dei diritti individuali, di robuste garanzie per gli imputati e di buoni avvocati. E di leader politici, giornalisti, ministri e ufficiali di polizia di fermi principi e dai nervi saldi: la Grecia brucia sotto i nostri occhi e in tutti gli autorevoli interventi che si susseguono al riguardo, a Roma come a Bruxelles, si avverte un inconfondibile profumo di anni Trenta. Crisi economica, ingiustizia sociale e spirito di rivalsa delle classi medie impoverite costituiscono da sempre l’ambiente peggiore per la democrazia liberale, il meno ospitale e il più insidioso. 

Francesco Cundari, Quadernino

Il caso Strauss-Kahn, insomma, se da un lato ci indigna come garantisti (quale che sia l’esito delle indagini), dall’altro ci fa capire ancora una volta che tutto il mondo è paese. Siamo abituati a manettari senza vergogna di destra e di sinistra, che giudicano il processo come una semplice ratifica delle loro intuizioni giacobine, e vedere che l’intero pianeta soffre di questa orribile malattia ci regala qualche attimo di sollievo, prima di farci ripiombare nello scoramento e in quella desolante solitudine dei garantisti che è propria del nostro tempo.

Domenico Naso, FareItaliaMag

La storia di DSK una cosa ce l’ha insegnata (o meglio, avrebbe dovuto solo farcela ricordare): che non si può esporre un uomo al pubblico ludibrio, a processi sommari in tv o sui giornali, a autodafé in piazza, finché gli si riconosce la “presunzione di innocenza”. Questo significa vivere uno stato liberale, in uno stato di diritto. Questo vuol dire essere garantisti, onesti e sinceri. Contro i manettari di destra e di sinistra.

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Il “nuovo” governo

Mario Pepe, eminenza grigia del gruppone dei Responsabili, ha rilasciato un’intervista a Tommaso Labate, per il Riformista, anticipando i nomi del prossimo rimpasto di governo. E, credetemi, c’è da piangere: si passa, infatti, da un (mezzo) credibile paragone tra Berlusconi e Sarkozy, fino ad arrivare a un conseguente (incredibile, stavolta) paragone tra Pepe, che sarebbe il corrispondente italico di Jacques Attali, e il gruppo dei Responsabili che corrisponderebbero – suppongo io – alla Commissione Attali francese (Scillipoti come Monti, per intederci). E sentite cosa ci spiega riguardo i candidati in pectore ai posti di comando:

MASSIMO CALEARO (ex PD, ora Movimento di Responsabilità Nazionale)

Farà il viceministro dello Sviluppo economico con delega al commercio estero, nel posto che fu di Urso. Calearo, ex presidente di Federmeccanica, è stato eletto col Pd. Va dato atto a Veltroni di aver scelto molto bene questo candidato, eh? Ci tengo a riconoscere questo merito all’opposizione.

AURELIO MISITI (ex IDV, poi ex MPA)

Per un Sud che ha bisogno dello sviluppo infrastrutturale, di una Salerno-Reggio Calabria che necessita di percorsi alternativi, delle ferrovie del Meridione, Aurelio Misiti  è il nome giusto. Uno dei massimi esperti in materia di trasporti che questo paese può vantare.

SAVERIO ROMANO (ex Udc, ora PID)

Per lui è già pronta l’Agricoltura.

Per quanto riguarda le altre caselle di governo, Pepe spiega rapidamente che Giancarlo Galan, attualmente all’Agricoltura, passerà alla Cultura (“lui è già contento. Ha già delle idee per la cultura del Veneto”), liberando finalmente il povero Sandro Bondi (che “va via da martire, perché è stato accusato ingiustamente per il crollo di Pompei”) o alle Politiche Comunitarie (poltrona ambita, però, da Paolo Bonaiuti, stanco di fare il portavoce dei portavoce). E chi dirà a Tremonti – chiede Labate – di sborsare più soldi per la squadra di governo? La risposta di Pepe non lascia spazio a dubbi:

Glielo dice Berlusconi, sempre se non gliel’ha già detto. E poi, mica arriveremo ai 110 posti del governo Prodi. Una settantina, non di più. Più uomini di governo presidiano le commissioni, più aumenta la produttività di Parlamento ed esecutivo.

Beh, se questo è il “nuovo” governo, visto come ha lavorato il vecchio, non oso immaginare dove arriveremo.

Chi parla di bunga bunga lasci stare la formazione dei giovani

Non abbiamo mai usato argomenti di carattere morale a proposito di Berlusconi né intendiamo iniziare a farlo ora. Ma esistono limiti alle esternazioni “in libertà” che i cittadini possono sopportare. L’attacco di ieri del Presidente del Consiglio, presente il Ministro della Pubblica Istruzione Gelmini, ai valori (sbagliati) che la scuola pubblica trasmetterebbe ai ragazzi è inaccettabile e ridicolo.

Proprio in tema di valori, i maestri e gli insegnanti che fanno un lavoro difficile e malpagato hanno veramente poco da imparare da Silvio Berlusconi. Lo spettacolo di un Capo di Governo che attacca sul terreno morale gli insegnanti della scuola pubblica è l’ennesima, imbarazzante novità che l’Italia offre al mondo.E il Presidente del Consiglio dovrebbe ricordarsi che il lavoro che gli italiani si attendono da lui è quello di far funzionare la scuola, che tra l’altro è il principale motore di una società più giusta e dinamica, e non quello di demolirne la legittimità.

Ribadire l’importanza del diritto di scelta tra scuola pubblica e scuola privata (che in Italia ha una funzione importantissima e deve essere tutelato anche per le famiglie meno abbienti) non ha nulla a che vedere con gli slogan contro gli insegnanti. Tanto più che con l’invito venuto dallo stesso palco ad unirsi alle sue sedute di bunga bunga, che qualunque cosa siano dubitiamo possano rappresentare un alto momento di formazione delle coscienze giovanili, il “duro monito” morale del Premier è apparso ancor più inappropriato.

[Italia Futura mette le cose in chiaro. In modo impeccabile]

Bungen-bungen

Sicuramente, il momento più simpatico (o tragico, forse) della giornata di oggi ce lo ha regalato Rocco Buttiglione, profondo conoscitore ed estimatore della lingua tedesca, che ha aggiornato il coordinamento del Nuovo polo per l’Italia sulla nascita di un nuovo verbo nel vocabolario dei tedeschi: bungen.Indovinate a cosa mai potrà riferirsi. Ma è ovvio, al bunga bunga di berlusconiana memoria! Buttiglione, difatti, ha anche spiegato che “dopo aver passato la vita a cercare di rassicurare i miei amici tedeschi che in fondo gli italiani sono gente seria, adesso ho quasi paura a tornare in Germania per le battute che mi faranno sugli scandali sessuali di Berlusconi”. È straordinario, no? Il Bunga-bunga adesso può addirittura vantare una coniugazione propria; avrà un singolare e un plurale, una prima, seconda e terza persona: ich bunge, wir bungen, sie bungen; e chi più ne ha più ne metta. I tedeschi ci giocheranno su, lanciandosi delle frecciatine tra amici: hai fatto bunga bunga ieri sera?, si chiederanno reciprocamente con il sorriso sulle labbra.

Gli Stati vicini, l’Europa, il Mondo intero ridono di noi. Ridono fragorosamente, con un ironia sprezzante e crudele, mista a una diffusa incomprensione (“ma come faranno mai questi Italiani a sopportarlo?”, si staranno chiedendo) e – ne sono sicuro – anche a un moto di pietà e compassione (“poveri loro, non poteva capitargli di peggio”). Beati loro che se la ridono. Perché noi invece, del berlusconismo, paghiamo e pagheremo le conseguenze, ne piangiamo e piangeremo. Il fatto che il Bunga bunga sia diventato un verbo, è l’espressione più chiara ed evidente della palude in cui siamo precipitati: qui non si fanno e non si vogliono fare facili moralismi. Qui si parla sulla base di inoppugnabili dati di fatto: mentre nei nostri Talk show i politici di Destra e di Sinistra ripetono come grammofoni impazziti lo stesso, stanco e stantio copione, il nostro livello di credibilità estera è crollato, sprofondato.

Bungen e il Bunga bunga sono il peggio che potesse capitarci. Il compito del Nuovo Polo per l’Italia, già ben espresso da Urso e Casini nei loro discorsi di oggi, è chiaro: dobbiamo tornare a insegnare (sì, proprio insegnare) ai cittadini il rispetto dell’etica privata, fornendo dei sani modelli comportamentali. Per ribadire – a chiare lettere – che con quest’Italia di (serie) B. noi non abbiamo nulla a che fare. E che alBungen ci pensi chi non ha voglia e capacità di governare l’Italia.

[Ripubblicato sul sito di Casini]

Perché Mons. Fisichella?

Qualche mese fa, al funerale di Vianello, mi pare, il Premier Silvio Berlusconi,divorziato e risposato, ha preso la comunione. Ora, a quanto ne sappiamo noi, questo sacramento è vietato a chi si trovi in “stato di peccato permanente”. Ebbene, la cosa fu chiesta a Mons. Rino Fisichella, che – sul Messaggero, rispose così:

«Facciamo subito un po’ di chiarezza. Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, la signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante. Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. E’ il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi. E’ solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi, poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato. A meno che, ovviamente, il primo matrimonio non venga annullato dalla Sacra Rota. Ma se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta».

Il giornalista, evidentemente un po’ sorpreso, prova a chiarire:

In pratica, con la separazione dalla signora Veronica, il presidente Berlusconi è nelle condizioni di accostarsi alla comunione dato che non vive più in uno stato di permanenza di peccato, ho capito bene?

La risposta di Fisichella è inequivocabile, chiara e diretta:

«Esattamente».

Ora, come avrete sentito, il Premier oggi ha rilasciato un messaggio televisivo in cui dice chiaramente che:

“Dopo la separazione da Veronica Lario ho una relazione STABILE con un’altra donna”.

Questo vuol dire, se 2+2 fa 4, che il Premier non è mai uscito dal suo stato di peccato, data la relazione stabile con un’altra donna. Si aspetta l’ennesima giustificazione di Mons. Fisichella sul perché il Premier, in evidente stato di peccato, può fare la comunione, mentre un qualsiasi divorziato, magari veramente credente, no.

No comment

No, dico. Ma un po’ di rispetto – giusto un po’ – per il Popolarismo vero, no?

Con un uomo in più

Nel 2008, Berlusconi si presentò agli elettori con un programma che prevedeva come punti principali: “rilanciare lo sviluppo; sostenere la famiglia; più sicurezza, più giustizia; i servizi ai cittadini; il Sud; il federalismo; un piano straordinario di finanza pubblica”. Come sappiamo bene, la coalizione di centrodestra ottenne un risultato straordinario e oltre cento parlamentari di maggioranza.

Dopo due anni, vediamo come è andata. Lo sviluppo è andato a farsi benedire; la sicurezza è andata avanti a spot e ronde fallite: la famiglia ha visto il quoziente famigliare solo sui manifesti; la giustizia è diventata (tentata) ingiustizia; i cittadini e i servizi hanno separato definitivamente le loro strade; il Sud – vabbé, non parliamone neppure; il federalismo è ancora in mente Tremonti; il piano straordinario si è rivelato per quello che è sempre stato: tagli sopra tagli.

Leggo ora, 9/12/10, che Berlusconi ha poi ricordato i punti cardine del proprio governo: “Federalismo fiscale, sicurezza dei cittadini, contrasto all’immigrazione dall’Africa, e più in generale e clandestina, piano per il Sud, la riforma tributaria per i lavoratori, e riforma della giustizia”. Ma ora, ditemi voi. Non è pari pari (come si dice qui da noi) quello che ha promesso due anni fa, quando ancora aveva cento (dico cento) parlamentari in più?

E ora che aspetta Grassano, Cesario, Calearo e Scilipoti e che con tutta probabilità si ritroverà con un uomo in più rispetto alle opposizioni, cosa si inventerà mai? La retorica dei traditori basterà? No, non stavolta.

Beata Costituzione

“I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

(Art. 54 della Costituzione)

Nell’età del Bunga-Bunga vale sempre la pena ricordarlo.

 

E noi parliamo ancora di case e ville

Oggi, sul Sole 24 Ore, scopriamo che i laureati non vanno a votare più, preferiscono l’astensione. La parte, cioè, più colta, attiva, preparata ed “esigente” preferisce l’area del non-voto, delusa dalla sterilità dell’offerta politica attuale. E, invece di parlare di questo – di come cioè i “migliori” si debbano sentire stranieri a casa loro, impossibilitati a muoversi per cambiare le cose – si preferisce continuare a parlare di case e ville. Continuate pure, bravi. Che tanto poi, il conto di tutto questo lo pagheremo noi.

Liberalizzazioni? Bye-bye

Così è avvenuto per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali che sarebbe dovuta diventare la bandiera del centrodestra e della sua rivoluzione liberale e che, invece, è stata definitivamente annacquata e depotenziata dalle ultime norme introdotte dal regolamento di attuazione; e si può essere facili profeti nel prevedere che, quando arriverà l’ora x della effettiva entrata in vigore della riforma, fissata per ora addirittura al dicembre 2011, arriverà un decreto milleproroghe a spostarla ancora più in là. Il fatto è che quella dei servizi pubblici locali sarebbe davvero la riforma delle riforme perché non solo aprirebbe enormi opportunità in un settore fondamentale dei servizi, ma perché realizzerebbe anche una silenziosa ma profonda riforma della politica. Perché oggi è lì, nelle società municipali (oltre che nella sanità) che si costruisce il potere dei partiti e delle correnti, quelle sono le leve attraverso cui si condiziona l’economia del territorio e le sue imprese. E in una fase di assoluta debolezza dei partiti nazionali, il potere nei territori pesa e condiziona ancora di più che nel passato anche le scelte nazionali.

Linda Lanzillotta su Italia Futura. Da ritagliare e conservare per bene.

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